fbpx

Il Triangolo di Phil Jackson

Il Triangolo di Phil Jackson

 

Esiste un segreto per il successo sul campo e nella gestione di un gruppo? Sarebbe sbagliato parlare di “ingrediente magico” in grado di garantire un risultato certo, ma sicuramente esistono tecniche e strategie vincenti. Tra queste risalta il celebre triangolo di Phil Jackson.

Nato nel 1945 e dopo una carriera da cestista, Jackson inizia nel 1983 il suo percorso come allenatore e l’anno successivo vince non solo il campionato con la squadra del tempo, la CBA, ma anche il titolo come miglior allenatore dell’anno.

La sua carriera conta numerosi successi, guidando e portando alla vittoria tra le più famose squadre del basket americano tra cui i Chicago Bulls, con cui ottiene sei titoli e i Lakers, con cui ne vince cinque. In totale più titoli di quanti siano mai stati ottenuti da un allenatore nella storia dell’NBA e parte di questi risultati è dovuta al sistema a triangolo.

Ma cosa s’intende per triangolo di Phil Jackson? E perché è interessante da studiare anche fuori dal campo sportivo?

Il triangolo di P. Jackson è uno schema di gioco, una struttura per indirizzare i movimenti della squadra.
Il suo valore sta nel saper ottimizzare i ruoli e i talenti all’interno di una squadra e per la squadra. Infatti, soprattutto ad alti livelli come l’NBA, la grande sfida consiste non solo nell’allenare un team, ma nel gestire dei talenti unici e canalizzare la loro vocazione a beneficio del gruppo. Attraverso questo schema, Jackson ha lavorato con i più grandi: Michael Jordan, Kobe Bryant e altri fortissimi giocatori come Shaquille O’Neal e Scottie Pippen, facendogli comprendere come il loro talento, al servizio della squadra, acquistasse ancora più valore e come i compagni di squadra non fossero un ostacolo al gioco o alla loro carriera, ma una risorsa e una spalla.

Il nome dello schema, conosciuto ai più come “Triangolo offensivo”, richiama proprio alla forma geometrica e prevede, semplificando al massimo, la continua creazione di triangoli composti da un giocatore per ogni vertice e un’attività caratterizzata da numerosi passaggi e tanto movimento senza palla.

L’idea alla base è di leggere velocemente l’attività degli avversari, reagendo di conseguenza e attraverso la formazione di sempre nuovi triangoli. Il sistema, infatti, comprende almeno 35 combinazioni di possibili movimenti per il passaggio della palla. È una strategia, dunque, sì d’attacco, ma anche e soprattutto di risposta: i giocatori devono reagire insieme e rispondere con il miglior movimento possibile in maniera coordinata. Jackson ha quindi reso autonoma la sua squadra nel gioco e l’improvvisazione attraverso la conoscenza e l’uso di movimenti condivisi.

Oltre alla strategia vincente, il triangolo offensivo è una sorta di “filosofia” su cui Jackson voleva fondare la sua squadra: coinvolgere tutti i giocatori contemporaneamente, sviluppare la capacità di problem solving di squadra e attribuire a ciascuno un ruolo determinante nell’ azione.
Fuoriclasse e mediani, solisti e accompagnatori, creativi e operativi, coordinati dallo schema del triangolo, si muovono come un unico organismo.

Ma le vittorie di Jackson non sono arrivate solo dall’uso della strategia, ma anche dalle conseguenze che questa ha portato: relazioni rafforzate, senso di squadra, focalizzazione sul proprio ruolo.

Philip Jackson ha permesso ai suoi giocatori di avere la libertà di scoperta del proprio ruolo e di rafforzarlo e crescere all’interno del sistema. Il Triangolo offensivo è un sistema che quindi permette di valorizzare il singolo e allo stesso tempo di lavorare di squadra, come ha raccontato anche Derek Fisher, uno dei protagonisti delle vittorie con i Lakers; “L’obiettivo dei coach era quello di definire delle linee guida che ci consentissero di giocare a basket insieme come un gruppo. Ma poi facevano un passo indietro e si aspettavano che ciascuno trovasse la sua strada da solo: era un modo sorprendente di creare un’organizzazione senza sovraorganizzare”.

Come forse ormai sarà chiaro, la strategia di Phil Jackson offre numerosi spunti di riflessione non solo per la gestione di un gruppo di giocatori in un campo da basket ma in generale di una squadra.
Attraverso uno schema, e quindi una modalità organizzativa, si può aiutare a delineare e a creare interazione all’interno del team. Il sistema deve coinvolgere tutti e ciascun membro deve trovare il suo ruolo.
Una volta dato lo scheletro delle struttura, il gruppo è in grado di sviluppare quella che Micheal Jordan chiamò “team’s collective think power”, cioè una capacità decisionale collettiva, per rispondere alle diverse situazioni che si possono presentare, anche le più difficili e stressanti. Insieme.

 

https://thinkinpark.it/articoli/

21 aprile 2021

 

No Comments

Sorry, the comment form is closed at this time.